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domenica 17 novembre 2013

Sfatare un mito (Myth buster)

Tutti hanno i loro miti lavorativi. Io ho sempre pensato che avere un negozio fosse più facile perché, ragionavo, una si può portare dietro i bambini. Legato a questo mio assioma è il ricordo di un negozio di vestiti per bambini che c’era vicino a casa mia, sulla strada tra casa e parco giochi, anche se non saprei più dire esattamente dove, quando ero piccola. Il negozio è chiuso da secoli. Comunque ci lavorava una signora con una bambina dai capelli lunghi che, al pomeriggio, era lì con sua mamma – almeno, c’era sempre quelle volte in cui io ci entravo. Non so se lei trovasse divertente rimanere lì con sua mamma, tra i vestiti ordinati e profumati. Io pensavo che fosse divertente.

Dovevo arrivare a settimana scorsa perché questo mito fosse sfatato in una sola, rapidissima ora passata dal parrucchiere con la mia piccola principessa (tagliare i capelli a una femmina, senza poter usare la macchinetta, è decisamente OLTRE le mie umane possibilità). La parrucchiera che le ha tagliato i capelli, si scopre, ha un figlio, che aspetta chiuso nell’altra stanza (uno sgabuzzino, credo); la mamma, ho capito solo alla fine, avrebbe dovuto andare a casa alle 16:30, peccato che a quell’ora sono arrivata io e ha dovuto rimanere per un’altra ora (signora, me lo poteva dire! Proprio io, che sono una sostenitrice del part-time, dovevo fare la parte della sua carnefice?). 

Il bambino, di cinque anni, piangeva ininterrottamente (intendo dire: i-n-i-n-t-e-r-r-o-t-t-a-m-e-n-t-e) perché aveva ritenuto di promuovere una polemica sindacale in grande stile sul fatto che lui avrebbe voluto andare al parco giochi invece che stare nel negozio.

Al sentire gli strilli, mia figlia era perplessa. “La signora ha un bambino, di là” cerco di spiegarle io. “COME!!!!” Fa lei “è lei la sua mamma????” “Beh si”, dico. “E NON CE L’HA, UNA MAMMA VERA?!”

Evidentemente, secondo mia figlia, chi lavora in un negozio è equiparabile a un oggetto di arredamento di quel negozio, non ha una vita, abita lì. Come potrebbe una parrucchiera essere una mamma?


No, non deve essere facile avere figli e lavorare in un negozio. La caccia al lavoro idilliaco è ancora aperta.

domenica 16 giugno 2013

Di storie e di istantanee

Discutevo con un'amica disperata per un problema al lavoro. Per due volte ha dovuto far spostare le riunioni che erano state fissate alle 18, cioe' l'orario a cui lei (da contratto) dovrebbe uscire dall'ufficio. Alla fine, tutte abbiamo vissuto, per esperienza diretta o indiretta, queste cose.

Noi viviamo le giornate come delle storie, come è giusto che sia. E gli altri, di noi, vedono dei "fotogrammi", delle istantanee che non rendono ragione di tutto. Non tutti hanno il tempo, la voglia e la capacità di andare oltre l'istantanea.

Così capita che la riunione del mattino venga spostata alle tre e mezza del pomeriggio. Ok ce la faccio, ce la faccio lo stesso, pensi tu che alle quattro te ne dovresti andare perché hai il part-time. Ok, stavolta non lo dico nemmeno, lo chiedo alla baby-sitter, di stare un po' di più. Bene, dice lei, rimango; ma alle cinque devo proprio andare. OK. No problem. TANTO io arrivo per quell'ora, figurati.

Arrivano le tre e mezza. Tre e 35. Tre e 40. Tre e un 45. Non si comincia, perché uno dei colleghi non arriva. Certo, sudi freddo, però vuoi mantenere un'apparenza "professionale". Non è bello distinguersi dagli altri e doversi giustificare tutte le volte per i figli..

Tre e 55. Il collega arriva (finalmente!). Mentre gli altri salutano, tu hai un solo pensiero: me ne d-e-v-o andare. Lo pensi ma non lo dici, è chiaro. Oggi non vuoi fare la figura della solita collega-con-figli che rompe le uova nel paniere. Altri dieci minuti di chiacchere per rompere il ghiaccio, un caffé... Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh. Non si comincia mai...

Stai già dando segni di impazienza? Io si, lo starei facendo. Tipo mordicchiare la penna, guardare il ritardatario con occhio assassino... Comunque sia, a un certo punto lo devi dire: io alle quattro e mezza devo andare. È mezz'ora dopo l'orario normale (ma questo fa parte della tua storia, non dell'istantanea che si vede: inutile dirlo).

Gelo e sguardi scocciati. L'istantanea è: donna-madre isterica interrompe una riunione in cui gli altri erano rilassati e concentrati. E non è che sia falso, perché tu sei isterica – a quel punto!

Secondo me (così ho detto alla  mia amica), rendersi conto della differenza tra storie e istantanee aiuta. Noi pretendiamo, a volte, che gli altri ricostruiscano la nostra storia intera partendo da un album con due o tre istantanee. E noi magari non lo facciamo – nella storia che vi ho raccontato, perché quel collega era in ritardo? Non ci interessava, perché in quel momento il nostro problema era un altro... Eppure anche lui avrà avuto la sua storia.

Non voglio teorizzare l’incomunicabilità tra le persone.. Solo ogni tanto, penso, bisognerebbe chiedere quello che è giusto e farsi meno problemi, guardando con un po’ di ironia la fatica che tutti facciamo a capire la prospettiva dell’altro...


Buon lunedi' e buona settimana!

mercoledì 5 giugno 2013

Lavorare stanca - seconda puntata

Sembra che uno degli aspetti più importanti per una mamma che lavora sia trovare un equilibrio tra vita professionale e famiglia. Il mio consiglio per trovare questo equilibrio è...

SMETTI DI CERCARLO

Già già.

Ma quale equilibrio? Se c'è un bambino, specialmente se piccolo, per casa... Ogni giorno la vita è diversa e questo è il bello. E affannarsi a trovare soluzioni che vadano bene per più di una settiùmana sarebbe utopico; giacché, una volta trovata la soluzione ideale, il problema sarà già scomparso da solo, per lasciar posto ad altri. Lo dice una che è arrivata a questa consapevolezza dopo essersi arrovellata per ore, giorni, mesi tentando di controllare tutto…


Equilibrio, però, è una parola che può avere molti significati. Se significa vivere serenamente, allora, ben venga. Se significa programmare l'esistenza, non funziona. Soprattutto, 

Se significa rinunciare a qualcosa che si desidera, come mamma, anche come mamma che lavora, come persona, è il primo passo per "morire dentro".

Invece, proprio in questi anni in cui la vita si affaccia ogni giorno con una sfida nuova, è bello rinunciare all'equilibrio “piatto” e vivere di giorno in giorno. 




martedì 4 giugno 2013

Lavorare stanca; prima puntata

Tempo fa, ero ospite (redattrice) nel blog Mamme sull’Arca di Noè, con un gruppo di mamme che derivava dalla mia pluriennale migrazione in Svizzera. Mi è capitato di rileggere un post sul mio travagliato e tragicomico rapporto con la vita professionale... Lo riporto qui! Perché è sempre attuale anche se allora ero a Londra, e lavoravo in una università super-prestigiosa... ma in queste cose, tutto il mondo è paese.

Image credits: London Mums News Archives

“I seminari di dipartimento, naturalmente, li facciamo nel tardo pomeriggio, cosi’sono comodi per tutti”.

Ma tutti chi? Io nel tardo pomeriggio in genere ritiro I miei due pinguinetti dall’asilo, il grande mi insegna alcune parole in inglese, per esempio “mega-tower”; oppure filosofeggia: “oggi sono stato contento e non ho mai pianto. Ho soffritto [sofferto, ndr] solo due volte”. La piccola, detta “mitile”, salta in braccio e si attacca come una cozza alle mie spalle dalle 18 alle 20 circa, mentre io cerco di cucinare una cena vagamente piu’ healthy del pranzo che fanno all’asilo inglese (non ci vuole molto, per la verita’, a vincere questa sfida: ho scelto di giocare facile). Nei giorni buoni, verso le 19 arriva papa’ migrante e talvolta si assiste alla migrazione del piccolo mitile tra le braccia del papa’, cosi’ posso apparecchiare con 10 kg in meno in braccio.

Come posso perdermi questo momento di vita? Primo. E, secondo, anche se, per delirio di ipotesi, decidessi di perdermelo, dove metto il filosofo e il mitile dalle 18 alle 19? Papa’ migrante appare restio a dare la sua disponibilita’ per tornare un’ora prima. Sono ormai rassegnata a tagliarmi fuori dal social network del dipartimento con qualche scusa improbabile (per esempio, sono stata morsa da uno scoiattolo e ho dovuto correre a fare le vaccinazioni anti-rabbia? Come vi sembra questa?)

Ecco che l’inaspettato accade. La mia bravissima ragazza alla pari di questa estate, che i miei figli adorano, rimane a Londra (in altro alloggio) per un mese e si offre di aiutarmi. Quindi, almeno il 7 ottobre, andro’ al seminario: lei preleva filosofo e mitile e li traghetta verso casa in attesa dell’arrivo di papa’ migrante. I miei figli esulteranno perche’, appunto, lei e’ “un’amica”. E io mi travestiro’ da accademico normale.

Oggi in effetti ricevo la fatidica e-mail che aspettavo dal mio collega di riferimento qui a Londra: “immagino che ci vedremo al seminario di dipartimento”. Mentre rispondo “Definitely, I will come to the seminar. I could not miss this great occasion!” e penso “gosh, c’era una possibilita’ su un miliardo che io fossi presente, abbiamo vinto alla lotteria” mi sento veramente la quintessenza della mamma lavoratrice.

E con questo vorrei aprire la nuova rubrica per cui prendo in prestito un bel titolo di Pavese, “Lavorare stanca”. Son quelle cose banali, ma vere.

Lavorare da mamma stanca al quadrato.  In queste cose la crisi è perenne. Meglio allora seguire qualche saggio consiglio della vostra Mamma Migrante, che ha all’attivo 5 anni e 10 mesi esatti oggi di lotta in trincea (si intende, tra lavoro e figli): una veterana, praticamente.

Alla prossima!